Kathmandu, il cerchio storto: cosa insegna una città imperfetta a chi costruisce cose digitali

Sono arrivata a Kathmandu poco dopo essere stata in Cina, e per qualche minuto ho pensato di aver sbagliato pianeta.

In Cina la prima cosa che avevo sentito era il silenzio: una città enorme che scorre elettrica e ordinata, senza un’imperfezione visibile. A Kathmandu la prima cosa che senti è tutto in una volta. Clacson, polvere, motorini che ti sfiorano, matasse di fili elettrici aggrovigliate sopra la testa come nidi impossibili, odore di incenso e di scarico, bandiere di preghiera che si sfilacciano al vento. Nessuno ha nascosto niente. La città ti arriva addosso intera, con tutte le sue crepe in vista.

E la cosa strana è questa: dopo lo spaesamento iniziale, mi sono sentita più sveglia di quanto mi capitasse da mesi.

Un cerchio disegnato con la mano che trema

Questo blog prende il nome dall’ensō, il cerchio zen tracciato con un solo colpo di pennello. Ne ho già scritto, ma qui serve ripeterne il punto: l’ensō non è mai perfetto. La linea trema, spesso il cerchio non si chiude, resta un varco. E quel tremore non è un errore. È il senso del gesto. È la prova che una mano viva l’ha disegnato, in un momento, senza tornare indietro a correggere.

Se dovessi indicare due città che stanno ai due estremi di questa idea, sceglierei proprio Shanghai e Kathmandu.

Shanghai è il cerchio perfetto: chiuso, levigato, senza varchi, così efficiente da diventare quasi inquietante. Kathmandu è il cerchio storto: aperto da tutte le parti, tracciato con la mano che trema, pieno di crepe che nessuno ha voluto nascondere. E camminandoci dentro ho capito che l’imperfezione, quella vera, non è il contrario del funzionare. Kathmandu funziona. Solo che lo fa restando viva, disordinata, umana.

Per chi passa le giornate a levigare cose — interfacce, processi, funnel, sistemi — è una lezione che punge.

L’imperfezione che non chiede scusa

Noi che costruiamo cose digitali passiamo la vita a togliere gli attriti. A rendere tutto liscio, prevedibile, ottimizzato. È il mestiere, e per certi versi è giusto così.

Ma a furia di levigare, si arriva a un punto in cui il liscio diventa morto. Un’interfaccia troppo perfetta, un brand troppo curato, una vita troppo ottimizzata: tutto funziona e niente respira. È la sensazione che avevo provato in Cina davanti alla marea di persone che uscivano dalla metro senza un’esitazione, senza un inciampo, senza un segno di imperfezione.

Kathmandu è l’antidoto. Qui l’imperfezione non chiede scusa. Il muro è scrostato e nessuno se ne vergogna. Il tempio del quindicesimo secolo sta accanto al negozio di attrezzatura da trekking, e i due non litigano. La città è stata ferita dal terremoto del 2015 e ricuce le sue piazze con calma, pezzo per pezzo, senza far finta che la ferita non ci sia stata.

C’è una parola giapponese che i designer amano citare e raramente vivono: wabi-sabi, la bellezza dell’imperfetto, dell’incompiuto, dell’impermanente. A Kathmandu non è un concetto da conferenza. È il marciapiede.

Le cose che vale la pena vedere (e come guardarle)

Non è una guida, ma qualche punto d’appoggio serve, perché Kathmandu senza appigli può travolgerti.

Thamel è il cuore turistico e caotico: vicoli stretti, negozi di attrezzatura da montagna, caffè, targhe, insegne al neon, musica dal vivo la sera. Ci passerai per forza. Il consiglio è di non pretendere di “farlo”: Thamel non si visita, si attraversa, ci si perde dentro, e a un certo punto si esce.

Boudhanath è una delle cose più belle. È uno degli stupa più grandi al mondo e il luogo più sacro del buddhismo tibetano fuori dal Tibet. La sera i fedeli girano intorno alla cupola in senso orario, fanno ruotare i mulini di preghiera, e il ritmo lento e circolare di quella folla è la cosa più vicina a una meditazione collettiva che tu possa capitare a vedere. Siediti su una delle terrazze dei caffè intorno e guarda girare le persone. È un cerchio, ovviamente. Uno di quelli buoni.

Swayambhunath, il “tempio delle scimmie”, sta su una collina a ovest e si raggiunge salendo una lunga scalinata. In cima trovi lo stupa, i pellegrini, le scimmie (che ti rubano il telefono se le lasci fare) e la vista su tutta la valle. Vacci al tramonto.

Durbar Square, patrimonio UNESCO, è la vecchia piazza reale, un intreccio di templi in legno intagliato di secoli fa. È la città che ricorda chi era.

E poi, la chicca che consiglio più di tutte: il Garden of Dreams, un giardino neoclassico degli anni Venti a due passi da Thamel. Paghi un biglietto ed entri, e all’improvviso il caos si spegne. Fontane, prati, gente che legge. È un vuoto costruito apposta nel mezzo del pieno: il varco lasciato aperto dentro il cerchio della città. Prenditi un’ora lì dentro senza fare niente. È forse la cosa più intelligente che puoi fare a Kathmandu.

Immagine 1: le bandiere di preghiera colorate tese tra due punti, sfilacciate dal vento, con lo stupa o il cielo sullo sfondo. È l’immagine-simbolo dell’imperfezione che non chiede scusa. Molto condivisibile.

La presenza è più facile dove niente è liscio

C’è una ragione pratica per cui a Kathmandu mi sono sentita più sveglia.

Uno schermo appiattisce tutto sullo stesso piano luminoso. Ogni cosa arriva alla stessa intensità: la notifica inutile e la cosa importante, fianco a fianco, ugualmente urgenti. Dopo abbastanza ore lì, la tua attenzione dimentica come si dà peso alle cose.

Una città come Kathmandu fa l’opposto. Ti costringe a essere presente perché non ti concede di essere altrove: se ti distrai attraversando, un motorino te lo ricorda. Il caldo, la polvere, l’incenso, il rumore, il colore ti riportano dentro un solo momento, invece che dentro quindici schede del browser. È faticoso, ed è esattamente per questo che funziona.

Non sto dicendo che devi lavorare nel traffico. Sto dicendo che la capacità di stare davvero dentro una cosa sola — un problema, una conversazione, una riga di codice — è diventata rara, e quindi preziosa. E i posti che non sono lisci te la restituiscono, quasi con la forza.

Cosa mi sono riportata a casa

Kathmandu non mi ha insegnato una tecnica. Mi ha tolto una certezza: che il liscio sia sempre meglio, che l’obiettivo di ogni cosa sia togliere ogni attrito, che l’imperfezione sia un difetto da correggere.

Il cerchio perfetto della Cina era impressionante e un po’ morto. Il cerchio storto di Kathmandu era faticoso e vivo. E se devo scegliere quale dei due assomiglia di più alla vita — e al tipo di cose che voglio costruire — non ho dubbi.

Lascia il varco aperto. La linea può tremare. È lì dentro che entra tutto quello che conta.


Se ti interessa il rovescio della medaglia — una città dove invece tutto è perfetto e chiuso — l’ho raccontato nel viaggio in Cina. E la filosofia dell’imperfezione che tiene insieme il progetto è in Why Enso Project Exists.

Lascia un commento